Con la sospensione dell’attività giudiziaria gli studi professionali chiudono i battenti e decidono di celebrare il lieto evento durante una tristissima serata: “la cena di lavoro tra colleghi”. In questa temibile occasione le stesse facce da culo di sempre si ritrovano allo stesso desco, con un finto sorriso stampato in volto e con il dovere di dire qualcosa quando non si ha proprio un cazzo da dire. Ed è a quel punto che il capo di turno inizia a sparar minchiate. Bestemmia o si bea dei mesi appena trascorsi a seconda del bilancio passivo od attivo raggiunto, spronando i propri sudditi ad un maggior impegno alla ripresa lavorativa. Che gran rottura di palle! Tutti si guardano attorno con aria assente, sbirciando freneticamente l’orologio come se il tempo stesse dimenticando di scandire il proprio ritmo, una tortura infernale. Ogni tanto qualche temerario cerca d’imbastire una pseudo conversazione parlando del più e del meno. Ma non è che un inutile tentativo: come il recupero d’un oggetto finito alla deriva e perdutosi nell’infinità del mare. Ed allora per alleviare la consapevolezza di avere buttato tre o quattro ore della propria vita nel casso, l’unica cosa da fare è una sola: trangugiare damigiane di vino rosso e rifugiarsi discretamente tra le braccia del Dio Bacco. La prossima volta mi darò malato!