Era un tipico pomeriggio primaverile, di quelli che vorresti trascorrere pancia all’aria a non fare un bel cazzo di niente. Purtroppo però i piani erano altri, peggiori, perché il parroco del quartiere aveva scelto proprio quel bel pomeriggio per benedire casa mia. M’ero vestito a fatica, riluttante come uno scolaretto al quale viene imposto d’indossare il vestito della domenica, quella visita era una scocciatura sia per me che per il prete. Ma tant’è una volta l’anno toccava timbrare il cartellino e sganciare venti sacchi a scopo benefico, per qualche opera pia di cui mai avrei saputo nulla.

“Carissimo Enrico, sia lodato il Signore, quanto tempo….”

“Caro Don Pasquale, ma che piacere, si accomodi prego. Le faccio strada…”

Fare strada era una parola grossa. Vivevo in un bilocale di 45mq a seicento euro al mese. In nero ovviamente, con il tubo del gas del 2001, tanto per non farmi mancare dell’oggettistica vintage d’arredamento.

“Si accomodi pure Monsignore.”

Don Pasquale si accomodò di malavoglia e tirò fuori da una bisaccia di cuoio marrone la foto di una Madonna rococò. 

“Vedi Enrico, questa è la statua che abbiamo ordinato a Faustino, l’artigiano di Via Sparapani. Sai, costa un occhio della testa, ma quant’è bella….”

“Vedo Don Pasquale, è una gioia per gli occhi e un toccasana per il cuore.”

“Eh figliuolo mio, se solo i parrocchiani fossero un tantinello più generosi….e ci venissero a trovare più spesso a messa, come nel tuo caso…..”

“Ha ragione Don Pasquale, ma il lavoro è sempre più pressante, e con tutte queste tasse da pagare a fine stipendio avanza troppo mese. Beati voi…” 

Ci guardammo in silenzio per un’infinità di secondi, due cowboy al duello finale. 

“Quasi dimenticavo caro Enrico. Sono stato a trovare tua nonna, debbo dire d’averla vista con un bel colorito rosaceo, sono contento che sia tornata in forma.”

“Mi fa davvero piacere Don Pasquale, ultimamente stava male, quando uno va su con l’età tutti gli acciacchi vengono al pettine”

Ancora qualche frase di circostanza e fu il turno della preghiera di rito. Incespicavo sulle parole, con lo sguardo severo di Don Pasquale  a sottolineare la riprovazione per la perdita d’un cristiano cattolico. Solo all’Amen potei tirare un sospiro di sollievo e finalmente, dopo la benedizione, misi il sacerdote alla porta.

“Mi raccomando Enrico, passa a trovarmi in parrocchia appena puoi.”

“Non mancherò caro Don Pasquale, mi permetta intanto di fare una piccola offerta alla Comunità. Magari proprio per l’acquisto di quella splendida Madonna!”

Gli porsi una busta bianca nella quale avevo accuratamente riposto venti euro. Un’altra fetta di paradiso conquistata col sudore del conto corrente.

“Troppo buono Enrico, davvero troppo buono. Ora ti saluto, gli impegni incombono.”

“A presto Don Pasquale.”

“A presto Enrico, porta i miei saluti a tua nonna mi raccomando.”

“Non mancherò.”

Chiusi la porta con una sensazione di benessere. Per quest’anno era andata, indulgenza comprata e prete fuori dai coglioni. Due giorni dopo i miei mi telefonarono per comunicarmi la morte della nonna.

“Ma come papà!?! Ma non aveva un bel colorito!?!”

“Un bel colorito? Se era gialla come un limone….ma chi te l’ha detta sta roba?”

“Don Pasquale.”

“Eh, ne spara di cazzate quello lì.”

Dopo quella telefonata mi precipitai a casa dei miei per espletare tutte le incombenze del caso. Salutai babbo e mamma con affetto e dopo essermi dato una rapida rinfrescata fui spedito alla Onoranze Funebri Stopparde. La scelta della bara spettava a me!

La famiglia Stopparde era molto conosciuta in città. Avevano a che fare coi morti da mezzo secolo e tutto il business se lo dividevano con i Grattachecca, altra famiglia dedita alle onoranze funebri. Una volta un certo Carmelo Del Bue aveva provato ad introdursi nel sistema, << dove si mangia in due si mangia anche in tre >> aveva pensato, e così s’era ritrovato dall’altra parte della barricata. Ovvero morto in circostanze misteriose dopo una furiosa colluttazione. L’unica cosa certa è che al suo funerale la bara recava la firma degli Stopparde e sulla corona di fiori più grande, un agglomerato di crisantemi vecchi d’una mesata, c’era scritto così: “Sentitamente, famiglia Grattachecca”.

“Buon pomeriggio, posso chiedere a lei?”

“Certo, certo, si accomodi pure. Sono qui per servirla.”

Chi mi sorrideva affabilmente era un omino goffo e tarchiato. Aveva la fronte imperlata di sudore e indossava un completo nero dal tessuto pesante.

“Si,  guardi, purtroppo è venuta a mancare mia nonna….”

“Oh che disgrazia, ma com’è capitato?”

“Eh, aveva novantotto anni, suppongo la vecchiaia.”

“Eh, mi sa di sì, ma quando la morte arriva non c’è età che tenga.”

Annui lentamente e con gesto furtivo feci scivolare la mano destra sui maroni.

“Comunque Signor Stopparde…”

“Mi chiami Paolino.”

“D’accordo Paolino, a me serviva una bara.”

“Ah ah ah ah, ah ah ah ah.”

Non capivo che cazzo avesse da ridere.

“Lei è venuto nel posto giusto caro signor…”

“Braglia, Enrico Braglia.”

“Braglia, mi ascolti bene, qua ne vendiamo di tutti i tipi. E con tutta l’umiltà del caso le dico che in Italia siamo i numeri uno.”

“Beh, con tutto il doveroso rispetto ho saputo che anche i Grattachecca non sono male.”

“Ma li lasci stare quelli lì, gentaccia, si fidi di quello che le dico io.”

“E fidiamoci…”

“Venga con me in magazzino, è qui dietro, vedrà che assortimento.”

Seguii Paolino in un enorme stanzone e lì, con aria mesta, constatai la presenza di decine di casse di legno. Ero al supermarket della morte! Bare bianche, bare nere, bare marroni e persino grigio topo. Alcune presentavano intarsi arabeggianti, altre invece si palesavano per il loro riserbo.

“Ha visto Braglia, che le dicevo?”

“Vedo, vedo.”

“E ora la stupirò con effetti speciali.”

Avevo i brividi. Paolino mi fece cenno di avvicinarmi ad un bara in particolare. Era di dimensioni notevoli e l’interno, d’un acceso rosso vermiglio, lasciava intravedere un quadratino bianco.

“Mi dica Braglia. Qual è la paura più recondita dell’essere umano?”

“Non so Paolino, andare a cena con Rosi Bindi?”

“Ah ah ah, ah ah ah, buona questa, purtroppo ha sbagliato risposta. La più recondita paura dell’essere umano è svegliarsi all’interno d’una bara sigillata.”

“Effettivamente non deve essere una bella esperienza….e quindi?”

“E quindi? Che cosa ha pensato la Onoranze Funebri Stopparde? Lo vede quel rettangolo bianco? Pigi, pigi lì.”

Misi il dito dove Paolino mi indicava e subito dopo un suono di campane prese a vibrare.

Dinggg, donggg. Dingggg, dongggg.

“Ha sentito Braglia? Ha visto che roba? Così quando uno si sveglia nella bara può avvisare che l’hanno chiuso dentro.”

Pigiai di nuovo sul quadratino e il suono di campane s’interruppe improvvisamente.

“Senta posso farle una domanda Paolino?”

“E come no. Sono qui apposta!”

“Ma se uno lo seppellite sottoterra e questo poi si sveglia, se suona il campanello chi cazzo lo sente?”

Lo iettatore mi fissò un po’ stralunato, come colto in contropiede, a quel punto cominciò ad osservarsi le scarpe col capo chino. Mi trattenni nel magazzino una buona mezzora, tanto per non lasciare nulla al caso, alla fine mi decisi per una cassa semplice e al contempo elegante. Alla nonna sarebbe piaciuta. Prima di salutare Paolino gli lascia l’indirizzo di casa dei miei, sarebbe passato a portare la bara di lì a un’ora. Il cielo era terzo e qualche timido raggio di sole mi solcava il viso incupito. Dovevo affrontare i parenti.

Di ritorno a casa dei miei la processione era già iniziata da un pezzo. C’erano zii e prozii, cugini di primo, secondo e terzo grado. Alcune facce le conoscevo bene, memore di estenuanti pranzi natalizi dove a tenere banco erano rigorosamente i cazzi altrui, altri invece non sapevo proprio chi fossero. Ho sempre pensato a queste occasioni come una sorta di censimento del parentado familiare. Certi si riconoscono da determinate caratteristiche psicosomatiche dell’albero genealogico, qualcuno invece pare come spuntato dal nulla. Comunque la domanda che nessuno osava pronunciare tra i più anziani era sempre la stessa: chi sarebbe stato il prossimo? Nella confusione generale riuscii a scambiare qualche battuta con mio padre.

“Papà per la bara tutto apposto, sono stato da Stopparde, un tipo che definire sui generis è dir poco”

“Chi? Il cazzaro nero?”

“Scusa papà!?!”

“Paolino Stopparde dico, il cazzaro nero. In città lo conoscono tutti così per via delle baggianate che racconta. Ha sperperato soldi in lungo e in largo, in Romania è persino sotto processo per bancarotta fraudolenta. I genitori se lo sono andati a riprendere un attimo prima che lo arrestassero. Ora è controllato a vista  per evitare che combini qualche altro guaio.”

“Adesso mi spiego un po’ di cose…”

Il cazzaro nero arrivò poco dopo, trafelato e paonazzo. Assieme a lui c’erano un signore attempato e un giovinastro che qualificai subito come garzone. Sistemarono la bara al centro di un salone privato dei mobili per far posto agli astanti e vi adagiarono grezzamente la povera nonna. Qualcuno prese a mugugnare.

“Santa Maria, Madre di Dio…..”

Era la zia Giustina a guidare il coro di commiato.

“Pss..pss….Enrico….pss….pss.”

Paolino chiedeva la mia attenzione.

“Che cosa vuole Paolino?”

“Ha visto? Ha notato la qualità della cassa? Per non parlare del crocifisso.”

Così dicendo sfiorava coi polpastrelli della mano sinistra il legno della bara, liscio e lucido. Intanto la zia Giustina era partita per la tangente: “Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome….”

“Paolino, io il crocifisso mica gliel’ho chiesto…”

“Speravo di fare cosa gradita.”

“Se è gratuita le assicuro che è graditissima.”

Colto in fallo il cazzaro nero annuì di malavoglia, potei quindi raggiungere il resto del gruppo all’eterno riposo.

Il funerale di mia nonna si tenne il giorno seguente. Inutile dire che la funzione di Don Pasquale fu tra le più insulse che avessi mai ascoltato. L’unica soddisfazione che mi tolsi fu quella di guardarlo in cagnesco per tutto l’arco del tempo. Alla faccia del colorito rosaceo, brutto corvaccio della malora! Per il trasporto della salma avevo già preso accordi con Paolino, dieci mila euro tutto compreso. Tra bara, fiori, trasporto e sepoltura. Ad onor del vero debbo dire che il carro della Onoranze Funebri Stopparde faceva la sua porca figura. Era un Mercedes-Benz grigio metallizzato lungo sei metri. Le maniglie delle portiere erano in oro massiccio mentre nel “bagagliaio”, dotato di azionamento automatico, spiccavano due neon laterali blu elettrico. Un pugno in un occhio! La sfiga volle che il personale del cimitero decidesse di scioperare proprio quel giorno così, tra lo stupore generale di chi ci aveva seguito fino al camposanto, scaricammo la nonna al deposito salme. Una specie di sala d’attesa per l’aldilà.

Quella notte mi sentii provato. Fisicamente, psicologicamente e finanziariamente. Avevo già provveduto a liquidare il pessimo servizio del cazzaro nero e ora non mi rimaneva che riflettere sui grandi perché della vita.  E così riflettei. Riflettei sul fatto che qua siamo tutti di passaggio, pensai con un sorriso a mezza bocca di vivere in una commedia e insultai, tra me e me, tutti quelli che nel bel mezzo del funerale avevano discusso del più e del meno invece di porgere l’ultimo saluto alla nonna. Domani è un altro giorno Enrico, domani è un altro giorno. Mi addormentai con l’amarezza nel cuore.

Il giorno seguente mi recai di buon mattino alla tumulazione del cadavere. Stavolta più di metà del parentado s’era dato alla macchia, c’erano solo i familiari più stretti. Figli e nipoti. Mentre caricavano la nonna su una specie di muletto feci a tempo a scambiare qualche battuta con mio cugino Salvatore.

“Enrico, guarda che io non ce l’ho coi negri, mica sono razzista. Dico solo che se ne devono stare a casa loro.”

“Scusa Salvatore, ma se ti trovi un barcone di disperati davanti cosa fai? Non li aiuti?”

“Che ti devo dire cugino: occhio non vede cuore non sente!”

“Bella filosofia del cazzo, cugino.”

Procedemmo con la tumulazione in un ambiente irreale. Osservai la scena smarrito, pieno di sentimenti contrastanti, la tristezza per la perdita di una parte della mia vita e la rabbia per l’impotenza di fronte alla morte. E se la nonna si fosse svegliata in piena notte senza un campanello da suonare? Vaffanculo al cazzaro nero, tutte stronzate. Le ore successive le trascorsi a salutare i parenti con la promessa di rivederci presto: quant’è facile mentire! Alla fine restammo solo io e i miei genitori. Il silenzio nel cimitero era assordante. Fu mio padre a romperlo.

“E così la storia della nonna è finita…”

Farfugliai qualcosa, non so bene cosa. La lingua pastosa e gli occhi pieni di lacrime m’impedivano di parlare.