Era l’alba di un mattino qualunque, di un giorno qualunque di una settimana qualunque. Il sole s’era presentato al mondo già da un po’ e io me ne stavo per i fatti miei, con una copia de “Il Messaggero” tra le mani ed una tazzina di caffè poggiata sul tavolino del bar. Di gente non ce n’era poi tanta per le strade di Roma, forse perché in pochi erano svegli alle sette del mattino. I più se la dovevano esser presa comoda, forti del loro posto fisso nella Pubblica Amministrazione, io invece dovevo continuare a trottare poiché l’unico posto fisso ce l’avevo sull’asse del cesso. Avevo deciso di tentare la lotteria ancora una volta, un altro giro di giostra per un’occupazione nello Stato.

“Quant’è?”

“Due euro e cinquanta.”

“Due euro e cinquanta per un caffè?”

“Eh sì, s’è seduto ar tavolo. Ar tavolo costa deppiù.”

Uscii dal bar Venditti senza protestare, di fregature ne avevo già prese tante nella vita e una in più non faceva la minima differenza. Mi sentivo serafico quel 27 Aprile, quasi indifferente, la consapevolezza di vivere in un Paese dove a volte si deve mollare doveva avermi reso una persona matura. Montato in macchina rimasi un istante a fissare il vuoto,  il raccordo anulare incuteva timore ma di alternative non ce n’erano così, un po’ spaurito, ingranai la prima per l’inferno. Dopo dieci muniti di strade interurbane mi trovai ad affrontare una serie interminabile di code a singhiozzo, al passo d’uomo alternavo brevi gittate di gas, come un impedito all’esame pratico della patente B. I vaffanculo si sprecavano e le martellate nei coglioni non erano da meno, la giungla romana era qualcosa di sconcertante. Trascorsa mezzora riuscii finalmente ad imboccare Via Portuense, uno stradone di campagna meglio conosciuto come viale delle mignotte. Ce n’erano per tutti i gusti: alte, basse, grasse, magre, belle, brutte, zozze e persino barbute.

“Amigo, scopare amigo.”

Sentivo le loro urla anche col finestrino chiuso. Quello spettacolo incuteva tristezza ma ogni tanto qualcuno si fermava, evidentemente non doveva essere della stessa opinione. In particolare mi colpì una donna di un certa età, se ne stava seduta su una poltrona a brandelli, eravamo in piena campagna e dove avesse rimediato quel mobile dell’orrore proprio non riuscivo ad immaginarlo. Che s’ha da fa pe campà!

La sede per lo svolgimento della prova preselettiva a 400 posti di vice-ispettore del corpo forestale dello Stato era la Fiera di Roma. Padiglione 11 per l’esattezza. Malgrado l’assembramento d’utilitarie non fu difficile trovare parcheggio, a pagamento ovviamente, l’idea di predisporre la sosta gratuita per quell’esercito di disoccupati non era di certo stata presa in considerazione. Dell’aria frizzante del mattino non c’era traccia e malgrado fossi ancora distante dall’ingresso riuscivo a scorgere la fila di disperati in maniera molto nitida. A capo chino mi diressi verso il carnaio: era il momento del tutto per tutto!

“Perché vedi Tonino, il problema di Palermo è sta minchia di lavoro. Che c’amma a iri a Milano a prendere u sule? C’amma iri pei piccioli compare. 

Chi parlava era l’ultimo della fila, un ragazzo sulla trentina dal marcato accento siciliano. Muoveva le braccia con fare agitato, non doveva essere la sua “prima volta”. Più in là invece, riconobbi un gruppo di sardi. Mi era capitato di parlarci due anni prima al concorso per assistenti amministrativi dell’Agenzia delle Entrate, erano ragazzi simpatici nonché strenui sostenitori del movimento secessionista sardo. In quell’occasione m’ero permesso d’esprimere la mia opinione:

“Sentite ragazzi, già di rompicoglioni c’abbiamo Bossi, ora non vi ci mettete pure voi per cortesia.”

Comunque quella congrega di emigranti mi faceva pensare a questo bel Paese di merda, pieno di gente valida costretta ad arrabattarsi per un tozzo di pane. Gente coi titoloni accattati col sudore della fronte pronta ad elemosinare un posto per un futuro negato. Chi si fumava la paglia, chi ciarlava con babbo e chi come il sottoscritto faceva appello ai Santi.

“Fai che questa sia la volta buona, fai che questa sia la volta buona.”

Purtroppo non fu la volta buona perché per mezzo punto la presi nuovamente in quel posto. Io, il siculo, i sardi e tanta altra gente che aveva bruciato un po’ di soldi per un gratta e vinci rivelatosi fallimentare. Me ne andai via con l’amaro di chi vede sfumare l’ennesima occasione. Di nuovo mignotte, traffico e raccordo anulare. Saluti dalla capitale!