Ci sono esami che non si possono dimenticare. Come la maturità ad esempio, incubo per milioni di diciottenni nostrani, oppure i fondamentali dell’università, come procedura civile e procedura penale. Poi c’è l’inferno e le scelte sono due: entrare in manicomio o farsi prendere dalla disperazione. Per lo meno non ho trovato parole migliori per descrivere la tre giorni di frustrazione psico-fisica che ho dovuto affrontare per fregiarmi dell’altisonante titolo di avvocato.

Faceva freddo quel 14 dicembre del 2010. La neve, caduta copiosa nei giorni precedenti alla prova, rendeva difficile il mio cammino verso il capannone metallico adibito a sede d’esame. Il respiro affannoso celava tutta l’emozione per un momento che aspettavo da più di due anni. Anni di fatiche e tribolazioni, dove poche erano state le gioie e tanti i dolori. Il trolley, dalle cuciture slabbrate per il carico eccessivo, lasciava dietro a sé una scia netta e pesante. Come quella di un binario morto. Era l’inizio della fine.

 “Buongiorno dottore, ma che bella faccia di merda che abbiamo stamani.”

 Il mio amico Mosè, per gli amici “il capitano”, sorrideva serafico come un Buddha ubriaco. C’eravamo dati appuntamento la settimana prima, sette giorni trascorsi a rimuginare nell’angoscia.

 “Toh va, il capitano, ma che ci fai da queste parti?”

“Eh la prendo in culo, come sempre del resto.”

“Mi pare giusto Mosè, vedo che anche tu ti sei svegliato con il piglio giusto.”

“Stai zitto che non sono riuscito nemmeno ad andare al cesso. E poi c’ho il libretto dei pareri della Simone che mi stritola l’uccello.” 

“Ma perché? Non te lo sarai mica ficcato nelle mutande?”

“E dove sennò? Pensa che la Tiziana, quel troione dello studio Carducci, s’è messa talmente tanti bigliettini nel reggiseno che pare uscita da un casting per maggiorate.” 

“Sarà, io c’ho un po’ di roba nei calzini, non sia mai che serva e poi c’ho il trolley talmente carico di codici che non mi sento più il braccio destro.”

“Adiamo va!”

C’incamminammo verso l’entrata del capannone, tristi e rassegnati al martirio. Il chiacchiericcio nevrotico degli astanti lacerava la quiete del mattino. Erano centinaia le persone presenti. Gli snobbettini, i menefreghisti, le primule rosse e gli abitué. La tensione era palpabile ed era facile intuire il perché. C’era gente che parcheggiava su quell’esame da otto o nove anni. Alcuni erano diventati padri e madri di famiglia e la leggenda voleva ci fosse pure una nonnina, una vecchia pazza che a furia di leggere pronunce di Cassazione aveva perso il lume della ragione. 

“Cazzo, voglio morire.” – dissi ad alta voce.

Ma le vie di fuga svanirono nel momento in cui un paio di canuti carabinieri decisero d’aprire le porte. Una volta superato l’ingorgo umano accalcato in prossimità dell’ingresso, mi ritrovai di fronte tre cartelli. Il primo riportava la scritta A-H, il secondo I – P ed il terzo Q – Z. Mi recai verso il primo cartello dove ad attendermi trovai due pensionati, di quelli che potresti incontrare al circolo tresette di Via Lame. Mi chiesero un documento d’identità e il numero che m’era stato assegnato dalla Corte d’Appello tramite raccomandata. Ero il 68, evidentemente un rivoluzionario. Superato lo scoglio dell’INPS mi si parò dinanzi un avvocato. L’avevo già visto in Tribunale, sempre ingobbito e con la lingua di fuori. Era sulla sessantina, con lo sguardo vitreo incorniciato da un paio d’occhiali alla Ponciarello.

“Apra il trolley e mi mostri i codici.”

Era lì per controllarmi l’aguzzino, dovevano averlo selezionato come commissario d’esame. Aprii con non poca riluttanza il bagaglio, per chiuderlo avevo dovuto assestare una buona dose di calci e rabbrividivo all’idea di dover compiere nuovamente l’operazione una volta mostrati i libroni della Giuffré. M’erano costati un occhio della testa quei dannati codici, li avevo comprati tutti assieme, tanto per togliermi il pensiero. L’agente commerciale che me li aveva venduti ci sapeva fare. 

“Guarda con questi vai tranquillo, sono i migliori, c’è tutta la giurisprudenza recente sottolineata e poi ti diamo anche l’addenda a fine novembre.” 

“Per quattrocentosessantacinque euro mi date pure l’addenda?”

“E’ lo so che son soldi ma poi non ti voglio più rivedere e se dovessi rivederti potresti comprare le integrazioni dei nuovi codici a soli sessanta euro cadauno. Ti diamo anche la sporta per tenerli!”

“Ah, se mi date anche la sporta…”

Sta di fatto che quei codici li avevo comperati ed ora erano tra le braccia d’un despota che li sfogliava con la delicatezza d’un elefante.

“E in quella busta della COOP cos’hai?”

“Eh, la roba da mangiare, mi servono energie.” 

“Te ne devono servire parecchie a giudicare dalla mole.”

Mi ero preparato con largo anticipo e avevo predisposto una scorta di viveri da fare invidia alla cambusa dello yatch di Briatore. Pane arabo e mortazza, pane greco e bresaola, pane di Terni e prosciutto, pane integrale e galantina. In più non poteva mancare l’inseparabile boccia d’acqua Tullia che tanta compagnia m’aveva fatto nelle lunghe serate trascorse nelle biblioteche pubbliche. E infine c’era l’energetico, ovvero un cestello di pocket coffie che avrebbero fatto la felicità d’uno stitico. Insomma ero pronto alla guerra. 

“Vada, vada…” 

Superato il primo scoglio mi restava da dribblare una poliziotta obesa col metal detector. Questa mi squadrò dalla punta dei piedi sin sopra alla testa, voleva esser sicura che non avessi nulla da nascondere. Nessuna bomba a grappolo e nessuna bustina di antrace. Dopo quell’ispezione visiva passò l’aggeggio elettronico sfiorandomi il corpo. 

“ Tì, tì, tì, tì… cos’ha nelle tasche?”

“Scusi, devono essere le chiavi della macchina.”

Gliele mostrai e lei fece un gesto che significava: “Levati dai coglioni”. Per un attimo ero stato preso dal panico, nei calzini avevo due rotoli di carta pinzati con zelo. Se m’avessero scoperto il kit di sopravvivenza sarebbe finito nel rusco. Da lì in poi dovevo solo prender posto e cercare il bagno più vicino. Erano circolate voci che proprio al bagno si trovavano manuali d’ogni tipo, appunti appesi alle pareti e persino un I-Pad messo segretamente a disposizione per il raccomandato di turno. Purtroppo le storie si rivelarono fasulle poiché l’unica cosa che scoprii fu una fila di trenta metri di cessi chimici.

“Ohi campione, già al cesso?”

Quel mattacchione del capitano m’aveva seguito col passo d’un gatto.

“Sono in perlustrazione Mosè, devo capire come muovermi nel caso fosse necessario.”

“Mah, vedi te, io sono venuto a cagare. In quindici minuti ho già divorato sei pocket coffee e t’assicuro che sono micidiali.”

Salutai il capitano con un cenno del capo e tornai al mio posto. Nel frattempo la gente seguitava ad entrare alla spicciolata. Il mio banchetto era piccolo e scomodo, così come quello di tutti gli altri candidati. C’erano serie e serie di tavolette di compensato sistemate su quattro assi di legno, ognuna col proprio numeretto, ognuna drammaticamente asettica. Dalla mia posizione godevo d’una vista privilegiata sulle scrivanie dei vari commissari, se la ridevano della grossa gli infami, in barba a quello sciame di desaparecidos di cui facevo parte. Cercai consolazione nello sguardo di qualche anima pia attorno a me. M’imbattei in quello d’una discreta figa, intenso e ceruleo, che lasciava intravedere un’ombra di disperazione. Poi fu la volta di quello di Nandone, praticante avvocato di lungo corso al quinto tentativo, una storia comune la sua. Di lui m’avevano parlato in tanti al Palazzo di Giustizia: Nandone qui e Nandone là. Personaggio loquace, ma dopo aver cannato l’esame più volte s’era come chiuso in se stesso. Le ciarle costavano tempo, e lui di tempo da buttare non ne aveva più. Annaspai nell’attesa per un’ora buona ancora, minuti che utilizzai per sistemare i codici Giuffrè a mo’ di fortino napoleonico. Oramai ogni aspirante avvocato aveva preso posto e i pochi che ancora non si erano seduti avevano probabilmente desistito dal presentarsi ad un ennesimo insuccesso. Il momento era giunto.

 “Buongiorno a tutti, io sono il Dott. Castruccio Castracani, ed assieme ai colleghi commissari provvederò a mantenere ordine affinché possiate sostenere la prova nelle condizioni più accettabili. Badate bene che saremo ligi nel punire chiunque tenti di copiare, parlare col compagno di banco o consultare un cellulare. Vi ricordo che l’utilizzo di apparecchi elettronici di qualsiasi tipo è vietato e che, se per caso ne avete uno con voi, questo è il momento di tirarlo fuori e consegnarlo.”

 Nessuno si alzò. 

“Bene, a buon intenditor poche parole, passiamo ora alla lettura delle tracce d’esame. Potete ricopiare il testo in uno dei fogli che recano il timbro della Corte d’Appello che trovate sul vostro banco. Mi raccomando: non dimenticate di compilare con i vostri dati anagrafici la scheda che trovate nella busta marrone!”

Aprii la busta che stava al centro del mio fortino napoleonico, la compilai, e ripresi ad ascoltare.

 “Parere di diritto civile. Traccia numero uno: la società Beta conferisce a Tizio, dottore commercialista, incarico professionale di difendere innanzi alla competente commissione tributaria provinciale in un contenzioso tributario particolarmente complesso relativo a taluni contestati avvisi di rettifica. In forza di suddetto incarico Tizio svolge per un lungo periodo di tempo l’attività professionale difensiva. Nel corso di…”

Scrivevo come un forsennato, quel figlio di puttana dettava alla velocità della luce e a giudicare dagli improperi, che sentivo biascicare dai vicini compagni di sventura, non dovevo essere il solo a pensarla così. La mano mi faceva male, impugnavo la penna in maniera grottesca, cercando di non cedere alla tentazione di mollare tutto e andarmene. Ma non potevo desistere, anche perché durante le prime tre ore di quella tortura era proibito l’abbandono. Vicino a me avevo un certo Carmelo, un maresciallo siciliano impiegato presso il dipartimento di polizia giudiziaria del Tribunale di Bologna. Lo conoscevo già il buon Carmelo, non aveva un cazzo da fare e veniva a dare l’esame tanto per sport. Anche lui, come Nandone, al quinto tentativo. Terminato il dettato della seconda traccia potemmo finalmente dare inizio alle danze. Il frusciare dei fogli fungeva da contraltare al chiacchiericcio sommesso di chi già aveva preso a confabulare col compare. Io stavo ragionando sulla scelta da fare e dopo una mezzora mi decisi per la prima traccia. Iniziai ad impostare il parere alla bene e meglio. Ogni tanto aprivo il codice, cercavo l’ausilio di qualche massima e non appena la trovavo la ricopiavo cercando di modificare il concetto per non riprenderla pari pari. Anche Carmelo era assorto nel suo lavoro, nonostante facesse un freddo boia sudava come un maiale. A stonare col nostro nervosismo c’era una ragazza che guardava fisso il vuoto, ogni tanto emetteva un gemito, sillabava qualcosa sui genitori e poi chinava il capo in maniera dimessa. Un’altra che s’è bevuta il cervello pensai.

Verso le 13.30 sentii un rumore.

 “Psssss…..psss……”

Sollevai il capo e lo rivolsi verso destra. Il capitano, con l’espressione preoccupata, chiedeva un mio consulto in quel dei cessi chimici. C’alzammo con sincronia, prendemmo a camminare verso i tavoli dei commissari e, una volta depositati i nostri compiti unitamente al documento d’identità, ci recammo al meeting con passo svelto. 

“Enrì che cazzo stai scrivendo?” 

“Guarda, ho trovato una Sezioni Unite del 2009, parto con l’analisi degli istituti, ci piazzo la massima e poi vado con le conclusioni.”

“Sì, anch’io ho trovato la Sezioni Unite, ma c’è un commissario che m’ha fatto sbarellare. Ha detto che ce n’è una del 2010 che dice tutto il contrario….”

“E’ ma io non ce l’ho nei codici della Giuffrè, mica mi posso basare su qualcosa che non ho. Fidati, piazziamoci quella a Sezioni Unite e poi fanculo. O così o nisba capitano!”

“Hai ragione, torno al banco Enrico.” 

“Io, visto che ci sono, faccio due gocce d’acqua e poi mi sparo il panino con la mortazza che m’ha preso una certa fame.”

Ci congedammo in silenzio, Mosè di ritorno all’inferno ed io verso un parallelepipedo di plastica azzurrognola. Verso le cinque del pomeriggio non ne potevo più. Mancava solo un’ora alla fine del primo giorno di calvario e la testa mi pulsava freneticamente. Avevo il culo atrofizzato, le unghie consumate e gli occhi iniettati di sangue. Alla fine della prima giornata ero stravolto. Il capitano, pure lui la brutta copia di se stesso, mi salutò a fatica ed una volta uscito da Guantanamo ingranò la prima per rientrare all’ovile a tutta velocità. 

Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Non era tanto la prova giuridica in sé e per sé a tenermi sveglio, quanto il sapere che sarei dovuto tornare in quel dannato capannone altri due giorni ancora. Forse avevo semplicemente paura di addormentarmi. Perché la notte, da svegli, il tempo sembra non trascorrere mai. Viceversa da addormentati è un attimo che il suono della sveglia prende a scassare la minchia e io volevo che quelle ore notturne durassero in eterno. Purtroppo non fu così e il mattino seguente, vittima d’un eclissi di pene per il freddo poderoso, dovetti affrontare le mie paure.

“Buongiorno Enrico, ma vedo che quest’oggi mi concedi il bis, sempre una bella faccia di merda amico mio.” 

“Cazzo.” – non avevo la forza di proferire verbo.

“Eh lo so, pensa che ho pensato pure di non venire e invece eccomi qua, con un altro libretto della Simone tra i coglioni.”

“Cazzo, cazzo.”

Mesti ci dirigemmo per la seconda volta all’entrata del capannone. Dietro a me l’immancabile trolley strapieno tracciava solchi sulla neve oramai stantia. Mi sottoposi ai controlli di rito e stavolta me la sbrigai senza metal detector. Evidentemente le autorità dovevano averne già le palle piene di quel tram tram.

Tutto sembrava ripetersi, come un orribile dejà vu. Le uniche differenze furono l’olezzo nefasto dei cessi chimici, mai puliti dal giorno prima, ed i capannelli di persone che avevano perso ogni ritegno. C’era gente che s’alzava per andare a ciarlare in cerca di conforto, dialogando ad alta voce e scassando i maroni agli sfortunati vicini. Anche i commissari gliel’avevano data su. Noncuranti di leggi, regolamenti e codici di condotta se ne andavano lungo il perimetro del capannone a divulgare perle di saggezza. Ovviamente c’era chi era stato segnalato, lo riconoscevi dall’assiduità con la quale veniva interpellato. Gli dicevano: “Come procede?”, “Guarda che qui devi fare così e così.”, “Tieni, questa è la massima che devi riportare.” Mi veniva da vomitare. Ma tant’è così stavano le cose e dovevo accettarle volente o nolente. Appena trascorsa l’una del pomeriggio mi recai ai bagni per il consueto appuntamento col capitano.

“Allora? Che stai scrivendo?”

“Mah, sono un po’ in bamba, te Mosè?”

“Guarda io parto dagli elementi soggettivi ed oggettivi del reato, una panoramica generale, poi ci piazzo alcune pronunce a sostegno del ragionamento e concludo per la piena responsabilità di Tizio.”

“Bella storia, faccio così pure io, se dobbiamo affondare affondiamo insieme.”

“E che minchia è? Il Titanic?”

“Peggio….” 

Le ore pomeridiane furono ancora una volta devastanti. Il sole filtrava da alcune finestrelle sparse qua e là minando il mio sguardo logoro. La fatica cerebrale si faceva sentire, non ne avevo mezza voglia ma dovevo tener duro. Qualcuno aveva deciso di darsi al fancazzismo, evidentemente conscio delle nefandezze scritte. Di disturbatori iniziavano ad essercene a dozzine ma gliel’avrei messa in culo. La settimana prima avevo comprato i tappi per le orecchie, dieci tappi otto euro. Pallette di gomma piuma che dilaniavano i timpani. Riuscii a consegnare l’elaborato sul rotto della cuffia. Dell’esito non ero certo, così come per il parere di civile. Se c’era una cosa che stavo imparando è che per quanto potevo scrivere non avrei mai avuto la certezza di avere fatto bene. In primis, perché il diritto è malleabile come plastilina. In secundis, perché non potevi avere la sicurezza che il tuo compito sarebbe stato corretto. Insomma: un terno al lotto giocato coi numeri della tua vita. Rientrato a casa imbastii una cenetta ospedaliera: minestrina e mela cotta. Dopo due pranzi a panini avevo lo stomaco di pietra. In compenso quella notte riuscii a dormire. La consapevolezza di essere ad un passo dalla fine m’aveva come rigenerato, da essere inanimato ero tornato ad avere un barlume di vivacità.

“Toh e chi abbiamo qui? Lo zio Fester che ha ripreso colore…”

“Eccolo il capitano, sempre mattiniero, cosa dicono i bookmakers?”

“Ci fanno scegliere Enrì, tra il burro e la vaselina, quale vuoi?”

“Guarda Mosè, non m’importa, oggi è l’ultimo giorno e alle sei di stasera chi s’è visto s’è visto.”

All’alba del terzo giorno ero effettivamente un uomo nuovo, un giocatore pronto all’affondo finale. Passai attraverso gli stessi controlli, lo stesso pathos e la stessa puzza di merda: ero in trincea. Avevo optato per l’atto di civile, una pappardella che nascondeva insidie ovunque. La procura ce l’avevo nel taschino della camicia, l’asso nella manica da  utilizzare sul viale del tramonto.  Ormai tutti se ne stavano sbracati senza pudore. Autorità, commissari, candidati, il ruolo non faceva più alcuna differenza. La pazienza era al limite e ce ne volevamo andare. La fretta di finire era tale che io e il capitano decidemmo di saltare l’appuntamento presso i cessi chimici. Già dai nostri posti godevamo a pieno del loro profumo, tanto valeva non avvicinarsi ulteriormente.

“Davide, Davide ci sei?”

Una ragazza bionda, formosa e piacente, urlava sguaiatamente in cerca di un certo Davide. 

“Davide cazzo, ti vuoi girare? Mi devi farei il compito!”

Non aveva ritegno quella puttana. D’un tratto, alcuni banchi di fronte a me, vidi un tipo tracagnotto alzarsi e dirigersi in direzione della ragazza. Questa, tutta indispettita, lo redarguì con lo sguardo e non appena lo ebbe a tiro gli strappò letteralmente un foglio a protocollo dalle mani.

“Adesso vattene che lo devo ricopiare.”

Il povero Davide se ne andò così com’era venuto. Una pezza da piede la cui speranza sarebbe ineluttabilmente culminata in una pugnetta. Certe cose non cambiano mai, neppure a trent’anni. Continuai il delirio giuridico fino allo scoccare delle 17.30, avevo terminato con mezzora d’anticipo. Ripresomi dallo sforzo feci per andare a consegnare e d’un tratto me la ricordai.

“Cristo, la procura!” 

Quella dannata formuletta me la dimenticavo sempre. Ero abituato a metterla a margine, mai in calce. Ma qualcuno lassù m’aveva ascoltato e quella memoria che tante volte aveva fatto cilecca, ora mi stava salvando il culo. Consegnai alle 18 in punto. Tanto per non farmi mancare quel brivido finale che col tempo avrei ritrovato sulla fronte. Era finita e non ci potevo credere. Peregrinai tra la folla per più d’un quarto d’ora, in cerca di qualche volto noto con cui sfogare il nervosismo. Tra le decine di sconosciuti riconobbi il sorriso smagliante di Mosè. Seduto sopra un trolley nero mi fece cenno d’avvicinarmi, due parole al volo e ci congedammo dalla masnada d’aspiranti avvocati per andare a bere. 

Il Colorado Cafè è un locale di Via Massarenti di dubbia frequentazione. Ci trovi di tutto: dal trans alla ballerina di lap dance, dall’energumeno al fenomeno da baraccone. Una specie di taverna fantasy, solo che al posto degli elfi ti ritrovi a parlare con uno chiamato Ugo che con la scusa dell’ora cerca di afferrarti il pacco. In pratica il posto giusto dove festeggiare la fine della tre giorni forense.

“Adesso che farai Enrì? Quali sono i tuoi progetti?”

“Onestamente non lo so capitano, suppongo aspettare l’estate e vedere se abbiamo superato lo scoglio. Tanto da praticanti o da giovani avvocati ci si ritrova sempre senza un euro in mano.”

Ed era un pezzo infatti che di soldi ne vedevo proprio pochi.

“Stavo al verde”, come avrebbe detto un tempo uno studente padovano squattrinato, seduto in un angolo del famoso caffè Pedrocchi, prima di farsi impallinare da un soldato austriaco.

“Sennò possiamo metterci a studiare per i concorsi e mandare curricula a destra e a manca, che dici?” 

“A quello di sicuro, ho fatto talmente tante domande che non ricordo più a cosa sono iscritto e a cosa no, per quanto mi riguarda potrei finire a fare il trapezista così come l’attore all’ombra del Colosseo.”

Bevvi un sorso di negroamaro, un lusso che m’ero concesso per celebrare quel momento epocale.

“Perché vedi Mosè, in questo Paese ognuno pensa ai fatti propri e poi ci ritroviamo tutti con le pezze al culo. Avvocati, medici, ingegneri, ricercatori e via via tutte le professioni di questo mondo. La nostra generazione è fottuta così come quella di chi non può andare in pensione……”

“….mi sento un dannatissimo uomo con le spalle al muro. Sì, con le spalle al muro. E cosa può fare uno con le spalle al muro? Voltarsi? No cazzo, c’è il muro! Che cosa può fare amico mio?”

“Andare avanti Enrì?” 

“Eh già, andare avanti.”