Non ricordo bene quando lo conobbi, forse in piena notte, di ritorno a casa mezzo ubriaco. Oppure in pieno giorno, accecato dall’ira per i cazzi quotidiani. Sta di fatto che il Siciliano mi colpì subito per i modi garbati: “Anna, Anna cazzo, addo minchia sta la chiave inglese?”. Gridava come un matto quel figlio di puttana e quando da buon vicino gli chiedevo d’abbassare il tono di voce mi mandava gentilmente a fare in culo. C’è in giro gente strana per la miseria, così strana da farti chiedere “Ma questo come cazzo campa?”, dopo due anni l’avevo capito come campava il Siciliano. Rubava rame dai binari per rivenderlo al mercato nero. Cinquantenne, cicatrici in volto e fisico devastato dall’alcol. Un po’ però lo invidiavo il Siciliano. Ogni sera tornavo a casa a pezzi e ogni sera tiravo giù bestemmie per parcheggiare. La via era stipata dalle macchine di quelli del corso di Yoga, la loro pace interiore veniva barattata con la mia. Fottutissimo yoga! Eppure c’era chi una soluzione l’aveva trovata. Malgrado la calca di veicoli davanti alla casa popolare del Siciliano c’era sempre una piazzola libera. Sapevo bene il perché. Erano già sei volte che mi squarciava le gomme. Dopo la sesta volta avevo capito che aveva una marcia in più, con uno che non ha paura del domani non puoi competere. Così diventammo amici.