Salvatore Mancuso contemplava l’orizzonte con la pace dei sensi. Malgrado l’inverno non avesse ancora avuto termine quell’ultima settimana era stata piena di soli primaverili. Il mare all’alba è uno spettacolo riservato a pochi e Salvatore aveva la fortuna di essere uno di quei pochi. Amava la sua Siracusa, amava l’aria di salsedine, il viso scavato dei pescatori e lo stridio dei gabbiani. Si sentiva libero sulla battigia. L’ansia di dover tornare al quotidiano, però, lo divorava. Non era preoccupato per lui, a quel punto non importava più, era il futuro dei suoi figli a devastargli l’anima. Con le banche ci aveva parlato un’infinità di volte, tutto inutile, il credito era pura utopia. Restavano i debiti, i contributi dei dipendenti e l’edilizia a picco. Decise di chiudere il sipario. Si spogliò,  si voltò a guardare la villetta abusiva di Don Gennarino e s’incamminò nell’acqua gelida.  Non lo rividero mai più. Ne i suoi familiari, ne i suoi dipendenti e neppure quelli del pizzo. Salvatore Mancuso era una brava persona.