Ringrazio l’amico avvocato Agostino Mela per avermi dedicato questo bellissimo racconto.

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IL QUADRO

Enrico Braglia dormiva serenamente nella sua stanza d’albergo a Smirne, quando percepì qualcosa di simile ad una tragedia che si abbatteva su di lui.

Si svegliò.

Dal fragore che era sicuro di aver udito prima di svegliarsi e dal dolore che gli devastava la fronte, dedusse che la stanza gli era crollata addosso. Forse era crollato tutto l’albergo. Pensò ad un terremoto.

Però c’era troppa calma. Scostò da sé un oggetto di cui non riusciva ad individuare la natura, ed accese l’abat-jour.

La stanza era integra, e la sua compagna dormiva beatamente accanto a lui. Vide allora l’oggetto che l’aveva oppresso sino a poco prima: si trattava di un quadro che raffigurava un banale panorama marino. Era il quadro che, quando era andato a letto, stava appeso sulla parete, contro la quale era poggiata la testa del suo letto. Evidentemente il chiodino che lo reggeva aveva ceduto, e il quadro era rovinato sulla testa di Enrico.

Egli cercò di capire quale movimento avesse fatto il quadro. Con tutta probabilità era caduto dritto sulla faccia superiore della testa del letto, sulla quale aveva picchiato violentemente, generando il rumore che l’aveva svegliato. L’inerzia l’aveva poi portato a ribaltarsi esattamente sulla sua faccia. Precisamente sulla parte bassa della fronte, proprio dove iniziava il suo naso.

Dopo aver soddisfatto la sua curiosità, Enrico lasciò libero sfogo alla sua ira. Si alzò dal letto, prese il quadro assassino e lo collocò con cura sotto il letto.

Fece altrettanto con tutti i quadri della stanza, che accatastò sopra il primo, senza violenza ma con sicura indignazione.

Poi se ne andò a letto, con la ferma intenzione di non mettere mai più piede in Turchia.

Per quanto gli sembrasse un’enormità quell’imputare all’intero paese la manchevolezza di un singolo albergo turco, si sentì nel giusto: pensò che quello che gli era capitato meritasse una punizione esemplare.