Sono giunto alla conclusione che tra i venticinque ed i trentacinque anni converrebbe sparire dalla faccia della terra. Così facendo uno eviterebbe di essere invitato a decine di feste di laurea, a decine di matrimoni e a decine di battesimi. Le convenzioni sociali, per me, sono sempre state inenarrabili rotture di coglioni. Prendiamo i matrimoni. Verso i trent’anni l’orologio biologico femminile inizia a fare tic-tac così, molte coppie, o scoppiano oppure convolano a “giuste” nozze. E per l’amico invitato scatta l’ansia da prestazione economica. Vestito, e giù soldi, regalo, e giù soldi, addio al celibato, e giù soldi. In pratica si lavora per pagare gli altri. Tralasciando poi il fatto che ai suddetti matrimoni uno mica si diverte. Si fa due coglioni così, s’abbuffa per sei ore, e se ne torna a casa con la panza piena e il portafoglio triste. Ai tavoli ti piazzano con i soggetti peggiori: zitelle cesse e parenti di merda. Le prime sono donne intrombabili di un’acidità unica, i secondi sono zii e zie, cugini e cugine particolarmente antipatici. L’unica cosa che puoi fare è lasciarti trasportare dal vino, guardare il cellulare di tanto in tanto e prendere una boccata d’aria nel giardino dell’agriturismo di turno. A un certo punto parte la musica da balera, solitamente un duo alle tastiere che ripercorre i pezzi cult della musica italiana, Baglioni e De Gregori su tutti. Poi arriva il momento degli scherzi, la migliore amica e il migliore amico si sono prodigati nel realizzare tristi scenette del passato, powerpoint deprimenti e testi di canzoni rivisitati con la storia d’amore dei protagonisti. E tu continui col vino, con lo spumante, coi sigari e con l’amaro lucano. Verso le tre di notte fai baracca e burattini e te ne torni a casa. Saluti gli sposi, baci di circostanza, e ti rimetti in carreggiata sulla tua vita di sempre. Ovviamente fino al matrimonio successivo , che pende sul  tuo capo come una pesantissima spada di Damocle.