Enrico Braglia era una brava persona. Senza infamia e senza lode. Buono alle medie, sette al liceo e ventisei all’università. Insomma: sempre nel gruppo e mai distinto. Né tra i primi e né tra gli ultimi. Ci aveva messo poco a capire cosa voleva . L’aveva capito in campagna, da bambino, guardando il cielo azzurro dall’alto di un trattore. Voleva una vita tranquilla Enrico Braglia. << Vade retro, rotture di coglioni >> soleva dire. Purtroppo però queste gli erano affezionatissime. E prendi la laurea, e trovati un lavoro, e trovati una ragazza, e sposati, e fai i figli, e raggiungi la pensione, e bada ai nipoti e infine muori. Che non servi più a un cazzo. Possibilmente d’infarto, per risparmiare i soldi della badante rumena. Quindi, un bel giorno, Enrico Braglia era impazzito. Ai matrimoni, non ci andava, ai battesimi, neppure. Alle riunioni coi parenti preferiva le gite in collina, beveva vino rosso e parlava con gli animali. Tanto con le persone, si sa, non ci si piglia un acca. Il dieci di aprile era morto, nel sonno, senza infamia e senza lode. Una fine anonima, in silenzio, eccezion fatta per un minuscolo dettaglio. Un bigliettino in carta riciclata sul comò. C’era scritto così: << Tanto non mi perdo un cazzo >>.