Le storie dei grandi dittatori, o di presunti tali, sono nel bene o nel male collegate da uno stesso filo conduttore. Chi sale al potere, e vi rimane per anni, instaura un sistema di clientelismo e malaffare che accaparra i consensi di parte della popolazione del Paese sottomesso. E’ questa la storia di Saddam Hussein, è questa la storia di Bashar al-Assad, è questa la storia di Muammar Gheddafi, è questa la storia di Vladimir Putin, è questa la storia di Silvio Berlusconi, è questa la storia di tanti altri del passato, del presente e del futuro. Non a caso, infatti, tutti legati da profonda amicizia. Tutti legati da convenienza perché tanto cane non morde cane. E quindi nei regimi più fragili, dove la miseria è un dato di fatto, non rimane che il sangue per ribaltare la condizione di povertà. Guerre civili tra opposte fazioni per il controllo del potere assoluto. Se questo potere, poi, coinvolge gli interessi dei colossi della Comunità Internazionale, allora la guerra civile diventa guerra e basta. Con l’avallo dell’ONU, dove permane lo scontro tra i soliti noti: Russia, Cina e Stati Uniti. I casi di Italia e Russia si distinguono da quelli della Siria, della Libia e dell’Iraq. Sia perché la povertà ha qui – o forse aveva – livelli più accettabili rispetto a quella dei paesi arabi; sia perché al pugno di ferro si preferisce la mano blanda. Si badi bene: non meno forte ma sicuramente più ipocrita e perbenista. E allora la ruota continuerà a girare, i regimi si alterneranno e un dittatore ne sostituirà un altro (Cuba, Egitto,Tunisia). Fa bene a tuittare il Papa che << La pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità >>, ma in 140 caratteri non ha potuto e voluto dire che dopo la pace arriva la guerra e che dopo la guerra arriva la pace. Questo alternarsi altro non è che l’eterna lotta tra bene e male, il tiro alla fune tra potere e umanità, in precario equilibrio dall’alba dei tempi.