Quest’oggi rifletto sul fatto che parlare di migranti, italiani, cittadini comunitari, extracomunitari, profughi, apolidi, bianchi, neri, gialli e via dicendo non ha alcun senso sostanziale. Può avere un senso formale, giuridico, ma la materia prima è sempre quella:  uomini e donne. Siamo tutti esseri umani, uniti e divisi dall’appartenenza ad una determinata comunità, ad un determinato territorio, ad un determinato Stato o continente. Non si abbandona la propria casa per divertimento, chi lo fa lo fa quasi sempre per disperazione. Per fuggire dalla fame, dalla miseria, dalla guerra e dal dolore. Con un bagaglio di speranze e nulla più. Certo, non si aspetta di trovare la morte, o forse se lo aspetta e pensa che il gioco valga la candela. Come deve essere terribile la realtà per decidere di rinnegarla andando incontro ad una fine quasi certa. Tragedie che si ripetono, che anticipano parole di cordoglio di potenti  menefreghisti, perché se davvero il mondo volesse aiutare gli ultimi dovrebbe intervenire nei paesi privi di petrolio o di altre ricchezze da saccheggiare. Dovrebbe lottare contro le dittature, contro i soprusi, contro le mutilazioni, gli stupri, le stragi e i genocidi. Dovrebbe instaurare la democrazia, deporre monarchi ed efferati assassini. Il mondo, però, preferisce tacere. Preferisce farsi i fatti suoi. Perché in fin dei conti, fingere di piangere una volta ogni tanto i morti degli altri, può bastare. L’importante è fare bella figura, l’importante è far credere che ci interessi davvero qualcosa di chi cerca di sopravvivere in un luogo dimenticato da Dio. Non aiutiamo i nostri vicini, come speriamo di poter aiutare quelli lontani? Non lo speriamo, lo esibiamo, col capo chino per non vedere la sentenza inappellabile di egoismo che pende come una spada di Damocle sopra le nostre teste. Ecco l’amara constatazione.